di Silvia Ammavuta.
Articolo gentilmente concesso da “Diari Toscani”
Diari Toscani incontra l’artista Franco Innocenti a Barbischio, Gaiole in Chianti, nella torre nella quale vive. Nato a Firenze nel 1931, vive dall’infanzia fino al termine dell’università, in pieno centro della città, in via dei Pecori. Laureato in scienze politiche si trasferisce in America, dove lavora come disegnatore alla Walt Disney.

Franco Innocenti, pittore per passione, e poi pittore a tempo pieno, anche se il suo percorso lavorativo era legato alla laurea in scienze politiche, c’è una connessione tra queste?
In verità il mio desiderio era fare il pittore, ma i miei genitori, Alberto e Bruna, mi spronarono a seguire una strada che mi portasse, a fine mese, un riscontro economico sicuro. ‘Puoi dipingere quando vuoi, ma devi fare un lavoro che ti dia da vivere’ mi dissero. E così scelsi di fare scienze politiche all’università di Firenze.
Quanto è stato importante il periodo dell’università?
La facoltà di scienze politiche di Firenze era la più importante d’Italia, e così arrivavano molti studenti da fuori, dal sud, dal nord e dal centro. È stato proprio in quel periodo che ho conosciuto quelli che sono diventati i miei migliori amici e lo sono stati per tutta la vita, e quegli anni sono stati bellissimi. Una piccola curiosità, uno dei miei docenti è stato Giovanni Spadolini, non dico che eravamo coetanei, ma quasi, lui era del ’25, io sono del ’31.
Gli anni in cui era all’università furono un periodo di grande fermento politico, di grandi cambiamenti socio-culturali, quanto, questo, ha influito sulla sua espressività artistica?
Sono due aspetti, per me, non collegati.

Cos’è per lei la pittura?
La pittura è la possibilità di esprimere se stessi, al di là delle tecniche e dei soggetti, anche se io amavo particolarmente fare le caricature, soprattutto nel periodo in cui ero all’università. I miei soggetti erano prevalentemente i compagni di studi e i professori, e avevo anche successo, ero popolarissimo. Il fatto che fossi apprezzato e che rimanessero stupiti mi stimolava ad andare avanti, a coltivare questa dote.

Dove nasce l’idea di fare una caricatura? A me come la farebbe?
Be’, fare la caricatura a una donna è più difficile, ne ho fatte pochissime, in quanto si curano di più, l’uomo si presta maggiormente.
In una caricatura quindi si gioca su di un particolare, lo si esaspera: per esempio, in un uomo si può marcare le sopracciglia folte o con una strana forma?
Sì, è esattamente così.
Mentre si dilettava nella pittura e nelle caricature, conseguì la laurea e poi?
Poi decisi di andare in America per cercare lavoro, ed ebbi un’occasione incredibile. Venni a sapere che alla Walt Disney cercavano disegnatori per la ‘Bella addormentata nel bosco’, e così mi presentai. Mi si prospettava un lavoro che mi piaceva, avrei potuto fare ciò per cui ero portato, ero felice ed emozionato. Quando mi presentai per sostenere le prove vidi che eravamo in tanti, tutti aspiranti disegnatori. Superai la prova e venni assunto, avevo 26 anni.

Ha conosciuto di persona Walt Disney?
Sì, ebbi la fortuna e l’onore di conoscerlo e di stringergli la mano.
Quanto hanno influito quegli anni in cui ha lavorato alla Walt Disney nella sua produzione artistica?
Onestamente non so fino a che punto, non saprei dirglielo con certezza, indubbiamente lavorare a quel tipo di disegno può aver influito.
Franco, dopo l’esperienza lavorativa in America, lei rientrò in Italia, cambiando totalmente genere di professione…
Rientrai con la nascita del mio primo figlio, a Firenze, dove viveva la mia famiglia di origine. Da un amico seppi che stavano cercando personale specializzato alla Olivetti, e così mi presentai. Feci il colloquio con Adriano Olivetti, che dopo due giorni dal nostro incontro morì d’infarto mentre era in treno, ma venni comunque chiamato perché aveva già firmato il foglio di assunzione. Diciamo che misi a frutto la mia laurea in scienze politiche. Ero entusiasta di poter essere di nuovo nella mia città e poter lavorare in un luogo bellissimo sulle colline della via Bolognese, dove era stato creato un centro di formazione. La Olivetti è stata una delle prime aziende che faceva formazione. Nel corso degli anni, sempre per l’azienda ho viaggiato molto, per un periodo ho vissuto anche in Giappone. Aver lavorato in America per alcuni anni sicuramente mi aveva dato una marcia in più.

Nel suo percorso artistico c’è stato un pittore che ha suscitato in lei maggiore interesse e che ha influito sui suoi quadri?
Sì, René Magritte, mi entusiasmava e mi piaceva.
Perché?
Mi piacevano e mi piacciono tuttora la fantasia e la creatività che si trovano nelle sue opere. Sono rimasto colpito da questo artista, da sempre sono stato affascinato dal surrealismo: è un connubio di fantasia e creatività.
Quanto, la fantasia, è importante? Sia nella pittura che nella vita…
Per me lo è molto.

La si può allenare?
Sì e no, puoi aggiustarla, ma se ce l’hai, ce l’hai, altrimenti no. Puoi guardare qualcosa di reale e quella può essere la base per volare con la fantasia. Per me, è strettamente legata al disegno e alla pittura. I miei genitori avevano un negozio di tessuti, in centro a Firenze, e fin da ragazzino, quando ero lì mi facevano sempre disegnare; mio padre, era pittore e mi stimolava molto a coltivare questa dote, e io con vero piacere la coltivavo, disegnando prevalentemente animali.

Quanto è importante il dettaglio ? Per esempio, in questo quadro con i cani, c’è una ricerca minuziosa. Diciamo che lei è andato a cercare ‘il pelo’, nel vero senso della parola.
Le rispondo indicandole quel quadro con il rinoceronte piccolo, mi piace evidenziare ciò che è grande, gigantesco, in correlazione a un altro elemento che invece mantiene la propria dimensione. Sono sempre stato affascinato dalla grandezza, specialmente degli animali, e mi è sempre piaciuto giocare proprio con le loro dimensioni.

In questo caso, nonostante la irrealtà di ciò che lei rappresenta, c’è comunque una ricerca della proporzione.
Esatto.

Per lei sono più interessanti come soggetti, gli animali o gli umani?
Gli animali. Gli umani solo per la caricatura.
Però, in molti suoi dipinti gli animali sono umanizzati, perché?
Ecco, direi che in parte la risposta sia legata a quanto facevo in America per la Walt Disney, indubbiamente è una caratteristica dei cartoni animati in cui spesso i protagonisti sono animali che suscitano, in chi assiste alla proiezione, emozioni, proprio perché umanizzati.

Firenze, culla dell’arte, del Rinascimento, terra di personaggi importanti e mecenati di artisti, città in cui si respira un’aria, più o meno consapevolmente, intrisa di storia e di arte. Quanto ha significato per lei essere fiorentino?
Tanto, sono sempre stato molto legato alla fiorentinità e all’arte che si trova, non solo nei musei o nelle chiese, ma anche dalla bellezza a ‘cielo aperto’.
A Firenze, nel 1855 nasce il movimento dei Macchiaioli: a lei piacciono? Quanto questo movimento ha influito sulla sua arte?
A me piacciono, ma era mio padre l’appassionato.
Cosa ci fa un fiorentino a Barbischio?
L’origine è dovuta a una combinazione. Per motivi personali, per un periodo, ho vissuto a San Donato in Poggio, a casa di un mio amico, questa abitazione si sviluppava in altezza ed era simile a una torre. Mi piacque molto, era inondata di luce. Così mi misi in mente di trovare una torre e farne la mia casa. Seppi che a Barbischio c’era una torre in vendita, all’epoca era un rudere.

Da vita cittadina a vita bucolica, possiamo dire che fu una scelta dettata da un desiderio di ‘ritiro’ e verticalità sotto l’emblema della torre?
La mia idea era proprio lavorare stando in alto, la possibilità di avere tanta luce, essere isolato, quasi protetto, e con una vista a 360 gradi.

Questo quadro potrebbe essere la rappresentazione della sua vita: un uomo ben vestito con una valigetta da lavoro, si capisce che è nel business, però la testa è una chioma che si innalza verso il cielo: di nuovo si presenta la verticalità?
Direi che la sua lettura di questo quadro e la sua interpretazione possono corrispondere alla mia vita: avere i piedi per terra, lavorare, ed essere concentrati su questo, senza andare a costringere la mente, il pensiero e, soprattutto, la fantasia che si sviluppa nella testa. Si sa: la testa di noi artisti qualche volta è ‘fra le nuvole’.











